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Mille e una gallina

>>>05 ottobre 2009 – Monteromano
di Tiziana Perna
Le nostre galline

Le nostre galline

Stasera riunione del gruppo d’acquisto. Bisogna esserci, è settembre e dobbiamo riorganizzare gli ordini dei prodotti. E poi dobbiamo discutere di un progetto nuovo, mi dicono. Il progetto delle galline. Io sono stanca morta e mi astraggo dalla riunione diciamo per un buon 80%. Se ne sarà accorto qualcuno? Ascolto con le orecchie, ma la testa è in stand by. A un certo punto però, la mia attenzione è catturata dal progetto galline. Riccardo, il nostro produttore di carne di maiale buona e sana, ci propone di “liberare” delle galline. Usa proprio questo termine, liberazione delle galline. E cioè, noi le acquistiamo da uno di questi allevatori terribili che le tengono in batteria, le portiamo in campagna da lui, liberandole da antibiotici e ingrassamenti forzati, le nutriamo con gli avanzi che ognuno di noi raccoglierà delle nostre cucine e poi ci dividiamo le uova che faranno. A me mi sale subito un pensiero in testa, ma la domanda non la faccio che un po’ mi vergogno. Ma che c’entra Riccardo, che alleva maiali, con le galline? Non sarà che si è un po’ confuso, e poi le nostre galline se le sbranano i suoi maiali? Accetto con stanca rassegnazione il dibattito che scaturisce dal progetto galline. C’è chi non si fida della biologicità di galline che per un periodo sono state allevate in maniera intensiva, chi si pone interrogativi tra i più vari sulla fattibilità di un tale progetto, chi si preoccupa di che fine fanno poi le nostre galline, perché non sarà mica che alla fine ce le vogliamo pure mangiare le nostre galline? Mi sveglio dal torpore e rispondo entusiasta “certo! Alla fine ce le mangiamo, un bel brodo di gallina come quelli che faceva ogni anno mia nonna a Natale!” Fabiola la vegetariana mi guarda male, accusandomi di voler uccidere la mia gallina. Provo a spiegare che intanto non è ancora mia, la gallina, e che da che mondo e mondo con le galline vecchie ci si fa buon brodo, ma i retaggi della mia tradizione familiare contadina lasciano perplessi in molti. E allora non parlo più, mi ritiro in quanto assassina di galline, e mi addormento a occhi aperti per il resto della riunione.

Marco, Silke e le nostre galline

Marco, Silke e le nostre galline

Nei giorni successivi ci si continua a parlare via mail. Perché dovete sapere che questi gruppi d’acquisto di cui faccio parte anch’io, fanno tutto via mail. Sembra facile, no? No, è un inferno invece. Tutte queste mail di ordinativi, risposte e controrisposte tra uno e l’altro, e quando arriva il grana, e il cassettone chi lo prende, ma voi con tutta questa verza che ci fate? Insomma se fai come me, che ogni tanto mi perdo nelle mie mailing list, è un disastro, un impegno serio. Dopo un po’ però devo dire che ho preso il ritmo, e sono fiera di far parte di un GAP o GAS, che scusate l’ignoranza, non so qual è la differenza.
Insomma come dicevo la discussione sulle galline anima la nostra mail list, incalzati da Riccardo, che non sa più se le deve liberare o no queste benedette galline.

Inizia un fuoco di mail e contromail, ma l’umido per le galline da quando si comincia a raccogliere? E cosa ci va e non ci va nell’umido? Ma poi quest’umido uno in casa dove se lo tiene? In balcone? Si marcisce? Ma poi perché si chiama umido? Perché fermenta e si forma una pappetta umida e maleodorante? Oddio io non lo voglio questo umido pappetta sul mio balcone!
E chiarito perché si chiama umido, deve essere biologico? Perché se quello che mangiano le nostre galline non è completamente biologico, allora significa che neanche la nostra gallina è una gallina bio. E se la nostra gallina non è bio doc, certamente le sue uova non sono bio. Logico no?
E piacerà alle nostre galline il nostro umido? Non è che quelle abituate agli antibiotici e alle pappe industriali non ci mangiano, ci ripudiano come genitori e se ne riscappano ad ali spiegate da papà Amadori?
Perché uno non è che va dalla sua gallina e gli può spiegare: “senta signora gallina, io lo faccio per il suo bene a darle questo umido, che è sano, biologico o quasi, non ci sono medicine, e lei cresce sana e forte” , secondo me quella non le capisce queste cose, non si dice da sempre “sei stupida come una gallina?”. Ma noi, con tanti animali che ci sono, proprio degli animali stupidi dovevamo metterci a liberare?
Glielo racconto a mio figlio di 6 anni di questo progetto della liberazione delle galline. Lui sempre più attento si lancia in esclamazioni tipo “che fico!” e poi mi controbatte con domande sempre più precise e pertinenti, a cui io non so rispondere. Al suo silenzio successivo io mi rilasso, pensando sia finito il fuoco di domande a cui mi ha precedentemente sottoposto. Lo vedo attento e riflessivo. Poi si avvicina e parlando a bassa voce e con fare losco mi dice: “mamma, ho un piano. Le galline noi le dobbiamo liberare di nascosto, così a quel cattivo che dà le medicine alle NOSTRE galline (perché per lui sono già nostre) non gli diamo neanche i soldi!” E poi mi guarda, dondolandosi sulle gambe e con il sorriso furbetto. E allora mi convince. Già mi immagino noi, vestiti da supereroi liberatori di galline, che ce ne andiamo in giro per il mondo a rendere giustizia al povero pennuto ingiustamente considerato cretino e sottoposto alle più assurde torture. E ciliegina sulla torta mi arriva l’sms di Riccardo che ha liberato le prime 15 galline e recita così: “ore 15.30 liberazione galline, passaggio rivoluzionario epocale! Il Gap imbocca l’autarchia disegnando la fine del denaro e del commercio!”. Il “che fico!” di mio figlio e il delirio via sms di Riccardo mi convincono della giustezza della nostra operazione. Nome in codice: sarà una gallina che vi seppellirà!

Arriva il grande giorno, Riccardo ci comunica che dobbiamo liberare 30 galline e costruire per loro una casetta.

Foto di gruppo con le nostre galline

Foto di gruppo con le nostre galline

Chiede braccia maschili. Quasi mi offendo ma poi mi convinco che gli farò vedere io come saranno felici le galline di essere liberate da esseri del loro stesso sesso. Solidarietà femminile si chiama e sono convinta che sia trasversale alle specie. E così partiamo una domenica mattina. Siamo solo in 4, equamente distribuiti, 2 uomini e 2 donne. In macchina un gran parlare di galline, pur senza maschere da supereroi e coscienti che ‘ste galline in fondo le andiamo a comprare e non le possiamo liberare con un blitz da “fronte di liberazione della gallina”. In realtà quando arriviamo da Riccardo, lui le ha già acquistate e scesi dalla macchina ci ritroviamo davanti a 4 o 5 scatoloni contenenti galline. Le nostre galline! Il pathos raggiunge il suo apice quando apriamo il primo scatolone, ma le nostre galline invece di accoglierci da liberatori iniziano a starnazzare, strette l’una contro l’altra. Tripudio di flash al primo di noi che, con scarsa sensibilità, ne prende una per le ali e va a liberarla dentro il suo recinto. Riccardo ci spiega che per un periodo di tempo devono stare nel recinto, che le nostre galline hanno subito uno scock e si devono ambientare. Ma come uno scock? Ma non sono contente di noi, prodi salvatori? E ci racconta di come le ha trovate, chiuse in delle gabbiette minuscole, senza la possibilità né di girarsi né di camminare, con il becco tagliato per poter cibarsi da un’apposita cannuccia, sottoposte a cicli continui di luce elettrica perché così fanno uova in continuazione. Povere galline, le guardo e mi fanno una gran tenerezza, mentre libere nel nostro recinto le osservo tremolanti sulle zampe. Non hanno mai camminato e quindi non hanno i calli sotto le zampe e non si tengono in piedi. Sono magre e pallide e spelacchiate. Le prime 15 che ha liberato da una settimana stanno già molto meglio e a vederle vicine c’è una gran bella differenza, sembrano altri animali. Ne prendo in mano una di quelle già libere da una settimana e guardandola meglio scopro una grande verità. Le galline sono belle. Non sono gli occhi dell’amore o ogni scarrafone è bello a mamma suja, perché a me mi ispirano amore materno queste galline qua. No, è proprio che è un bell’animale. Hanno degli occhi attenti e di color giallo oro, e un piumaggio morbido e lucente, piacevolissimo da accarezzare. Ma perché queste galline nostre non le abbiamo mai accarezzate? Sarà per questo, perché non le abbiamo mai accarezzate che quella che ho in mano guarda fissa davanti a sé e non incrocia mai il mio sguardo? Sarà perché non le abbiamo mai coccolate, noi esseri umani, che l’essere gallina non ci degna di uno sguardo e si allontana in tutta fretta non appena la metto giù? Gli starò antipatica? No, non gli sto antipatica, è che non si fida ancora di noi esseri a due zampe, anche se pure lei è un essere a due zampe, e per di più è pure un uccello che ha le ali e non vola. Ma a me piaci così come sei, mia gallina. E ti prometto che diventeremo grandi amiche, conserverò più umido che posso e ti accarezzerò ogni volta che ci incontreremo, e ti vorrò bene così come sei, anche se non mi guardi, in tutta la tua splendida gallinaggine! E su questa storia poi di farti diventare un buon brodo non lo so, rimando la decisione, che con quello sguardo mi hai fatto venire qualche dubbio. Magari me lo dici tu quando sei pronta per diventare brodo.
Bene, sono soddisfatta di me stessa, mi prende una bell’euforia da gallina liberata e stanotte mi addormenterò contando galline, che mica solo con le pecore ci si addormenta, e a me francamente piacciono più le galline.
Purché siano libere.